Essere e volere

Volere è potere, quanti di noi sono cresciuti sentendosi ripetere questa frase – che molti attribuiscono ancora oggi, erroneamente, ad Alfieri – secondo cui basterebbe volere una cosa per riuscire a farla?!

Per quanto mi riguarda, nella mia mente di bambina, l’affermazione ‘volere è potere’ è rimbombata parecchio, anche se non ero certa di capirne davvero il senso e mi chiedevo: “avere una forte volontà è la strada per ottenere il potere? Oppure volere una cosa significa che, prima o poi, la otterrò?” Non mi era ben chiaro quale fosse davvero il suo senso, anche perché mia madre me la ripeteva, di solito, quando non mi andava di fare una cosa: “ma che c’entrava la mancanza di volontà con quel fatto?” A me mancava la voglia, non la volontà e, nella mia testa, ero ben certa che se avessi desiderato davvero fare una cosa non avrei certo indugiato. Iniziai a sospettare che la parola «volontà», così come la intendeva il detto citato da mia madre, c’entrasse più con la «disciplina» che con la «voglia» e che la «volontà» implicasse uno «sforzo»Eh già, lo sforzo! Se ci pensavo mi veniva in mente ancora un altro esempio, legato al povero Alfieri: ricordavo, infatti, che si fosse fatto legare alla sedia, per non avere la tentazione di alzarsi, prima di aver finito di scrivere la sua opera letteraria. Ero troppo piccola per comprendere il valore di quell’esempio allora, tuttavia lo mettevo già in relazione con quello, altrettanto celebre, di Ulisse che si faceva legare all’albero della nave, per ascoltare il canto delle sirene senza farsene trascinar via. Entrambi gli aneddoti avevano, effettivamente, alcune implicazioni piuttosto interessanti, ovvero:

1) esistono più personalità racchiuse in un unico essere;

2) esse non sono al potere nello stesso momento;

3) una di esse può imparare ad osservarsi.

Ecco, questa personalità, che è definita dalle scuole della volontà  l’Io di lavoro, può accorgersi quando non è più lei a decidere. Sa che sebbene ora sia presente, quando cambieranno le condizioni, e ciò accadrà certamente, essa non avrà più la forza di decidere nulla, molto probabilmente si addormenterà o soccomberà, mentre un’altra, che nel momento in cui parla la prima, non è al potere,  prenderà il suo posto e deciderà la direzione. (Per i riferimenti teorici a questo tipo di analisi rimando alla lettura del libro di P. D. Ouspensky, L’evoluzione interiore dell’uomo, Edizioni Mediterranee, 1994)

Liberarsi da un’abitudine negativa prevede una certa forza di volontà e la capacità di fidarsi solo di una parte di sé, quella che ha deciso di cambiare.  l’incapacità di astenersi dal visitare i social media e la necessità di essere continuamente connessi è un problema sempre più evidente negli ultimi tempi. In particolare stiamo assistendo ad un aumento dell’insofferenza al lavoro proprio in chi lavora da casa, perché a differenza del lavoro tradizionale, quello da casa sembra essere senza fine. La continua reperibilità e la continua disponibilità che sembra stabilirsi, più per mancanza di autogestione del lavoro, che per obbligo, stanno creando stati di malessere da iperconnessione piuttosto evidenti.  Se si comprende che il benessere è inversamente proporzionale al tempo che si passa sui social, si può invertire la spirale negativa, anche piuttosto rapidamente, se davvero lo si desidera. Molti  sono gli studi che dimostrano la connessione diretta tra la mancanza di autostima e uso dei social media, in quanto l’immagine negativa e rabbiosa che spesso veicolano, ricade facilmente su se stessi. I social media sembrano avere come scopo il malessere e l’isolamento degli utenti, perché gli utenti che stanno male nella vita ‘reale’ sono i migliori clienti dell’universo ‘virtuale’. (A chi volesse approfondire il tema degli effetti negativi dei social media, consiglio la lettura del testo di Jaron Lanier, Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social, il Saggiatore, 2018 e di quello di  Manfred Spitzer, Emergenza Smartphone, Corbaccio edizioni, 2019)

È dunque solo abbandonando gradualmente (meglio sarebbe se immediatamente) o, se si è capaci, osservando consapevolmente i  meccanismi dei social e neutralizzandoli, che si può aspirare ad una condizione di genuina visione del mondo e di se stessi. 

Il counseling sulla volontà è sull’assertività è indicato per tutti coloro che fanno fatica ad identificare i propri bisogni, i comportamenti automatici e che vogliono acquisire conoscenze e competenze utili a favorire  un atteggiamento consapevole, volitivo e  libero, sia nella vita privata che nell’ambiete di lavoro, anche in relazione al lavoro digitale e allo smart working.