Svegliarsi non è per niente facile

gatto

So per esperienza diretta che chi fa un percorso di crescita, di psicoanalisi, di psicoterapia, o segue una via spirituale, pensa di essere arrivato ad un buon punto quando è riuscito a vedere, e ad accettare, quelle parti di sé che non gli piacciono. Questo momento viene chiamato ‘risveglio’ ed è emozionante e liberatorio. Tuttavia essere riusciti una volta a cucinare un buon piatto, non vuol dire essere diventati degli chef. Così, non è di alcuna utilità raggiungere una certa illuminazione, anche fosse la più grande rivelazione sulla saggezza cosmica, se poi nulla possiamo davanti alle «emozioni negative» provocate dalle quotidiane relazioni o all’incapacità di raggiungere i nostri obiettivi.

Ben presto, molti dei praticanti si accorgono che a nulla sono servite le fumigazioni di incenso, le posizioni corporee e i canti sacri visto che alle estasi seguono poi imbarazzanti crisi di rabbia o di depressione. La maggior parte di coloro che hanno seguito dei percorsi di crescita resta deluso perché si accorge che anche dopo certi momenti di rapimento spirituale, tornata alla vita quotidiana, diventa irascibile, triste o ansiosa, come chiunque altro.  Ma perché ciò accade? Ciò accade per il semplice motivo che il raggiungimento dell’‘illuminazione’, intesa come scoperta dell’inferno e del paradiso, che sono contenuti in ognuno di noi, non significa la scomparsa di quelle due polarità ma solo che il lavoro su di sé può finalmente avere inizio. Da quel momento in poi, ciò che veramente farà la differenza sarà la volontà.

Il momento in cui prendiamo consapevolezza dei veli che ci separano dalla verità e scopriamo chi siamo veramente è infatti la più grande delle rivelazioni e riuscire ad accettarlo con amorevolezza è una specie di miracolo. Perché questo miracolo si mantenga vivo nel tempo però non basta il ricordo, che spesso si affievolisce o scompare, come un bel sogno, serve una volontà che ci permetta di uscire dalla gabbia di quegli automatismi che ci fanno cadere sempre negli stessi errori, gli stessi rammarichi, le stesse delusioni. 

Una regola importante che il filosofo armeno G. I. Gurdjieff ha elaborato sulla volontà è che a chi non ha volontà le cose ‘accadono’, solo chi esercita la volontà può ‘farle accadere’. Acquisire l’arte della volontà significa essere meno soggetti al caso.

Purtroppo se ciò viene spiegato con affermazioni come: “Gli uomini sono macchine. Le macchine sono obbligatoriamente cieche, incoscienti, non possono essere altrimenti, e tutte le loro azioni devono corrispondere alla loro natura. Tutto accade. Nessuno fa nulla.”.[1]  le persone possono reagire con fastidio, ogni insegnamento di tipo transpersonale, infatti, essendo volto al superamento dei limiti umani, ha in sé una forte componente filosofica non sempre facile da capire né da condividere. Ma il primo passo verso la genuina conoscenza di sé sta proprio nell’accettare di essere privi di vera volontà, ovvero di non aver mai imparato ad usarla. Il secondo è capire che l’evoluzione della coscienza non avviene naturalmente, non è meccanica. Come dice il filosofo armeno: “la ‘coscienza’ non può evolvere inconsciamente. L’evoluzione dell’uomo è l’evoluzione della sua volontà, e la ‘volontà’ non può evolversi involontariamente. L’evoluzione dell’uomo è l’evoluzione del suo potere di fare e ‘fare’ non può essere il risultato di ciò che ‘accade’.” [2]

Quando si parla di evoluzione, non si sta parlando dunque dell’evoluzione che ha portato dall’Australopithecus Africanus all’Homo Sapiens Sapiens – quella sì, un’evoluzione frutto di un processo stocastico, dunque inconscio – ma di quella che può portare l’Homo Sapiens Sapiens ‘ordinario’, ovvero ‘non consapevole’ a fare quel salto che gli permetta di uscire dal «mondo degli accadimenti» per entrare in quello del «fare accadere». Coscienza, volontà e potere di fare sono facoltà che non possiamo sviluppare meccanicamente ma solo attraverso un ‘addestramento’. Questo ha lo scopo di favorire il risveglio delle tre facoltà e lo sviluppo di un «centro di gravità permanente» ed è questo addestramento che voglio spiegare e diffondere

Prima di procedere è necessario dire che l’addestramento non può iniziare se prima non si accettano e fanno propri tre principi di base, ovvero:         

1) Non possiamo fare nulla (perché non abbiamo una volontà).

2) Non abbiamo una volontà (perché non possediamo un Io unitario)

3) Non possediamo un ‘Io unitario’ (perché la nostra natura è molteplice).

Personalmente quando li espongo esorto l’interlocutore a sospendere il giudizio circa questi tre principi finché non li avrà scoperti e riconosciuti nella propria quotidianità, in quei stupefacenti meccanismi automatici che regolarmente ci fanno cadere nel «sonno». Nei prossimi articoli approfondiremo il discorso.

Fintanto che un uomo è in un sonno profondo, interamente sommerso dai suoi sogni, non può neppure pensare di essere addormentato. Se potesse pensare di essere addormentato, si sveglierebbe. E così vanno le cose, senza che gli uomini abbiano la minima idea di tutto quel che perdono a causa del loro sonno. Come ho già detto, l’uomo, così come è, così come la natura lo ha creato, può diventare un essere cosciente di sé. Creato a questo scopo, nasce per questo scopo. Ma egli nasce fra gente addormentata e, naturalmente, cade a sua volta in un sonno profondo, proprio nel momento in cui dovrebbe incominciare a prendere coscienza di sé. Ogni cosa vi ha parte: l’involontaria imitazione degli adulti da parte del bambino, le suggestioni volontarie o involontarie e la cosiddetta ‘educazione’. […] Quanti sforzi più tardi per svegliarsi! E di quanto aiuto si avrà bisogno allorquando migliaia di abitudini, che spingono al sonno, saranno state accumulate. Le possibilità dell’uomo sono immense. Non potete neppure farvi un’idea di ciò che un uomo è capace di raggiungere. Ma nel sonno nulla può essere raggiunto. Nella coscienza di un uomo addormentato, le sue illusioni, i suoi ‘sogni’, si mescolano alla realtà. L’uomo vive in un mondo soggettivo al quale gli è impossibile sfuggire. Ecco perché non può mai fare uso di tutti i poteri che possiede e vive sempre soltanto in una piccola parte di sé stesso.” [3]

[1] P.D. Ouspensky, Frammenti di un insegnamento sconosciuto, (1974), Astrolabio, 1976: 61

[2] P.D. Ouspensky, Frammenti di un insegnamento sconosciuto, (1974), Astrolabio, 1976: 68

[3]  P. D. Ouspensky Frammenti di un insegnamento sconosciuto (1974), Astrolabio 1976: 160

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