La volontà non è una capacità innata ma una virtù che si apprende solo con la pratica

girasoli

“La vita è una resistenza continua all’inerzia
che tenta di sabotare il nostro volere più profondo.”
Friedrich  Nietzsche

Come ho già spiegato nella presentazione del counseling della volontà:

1) esistono più personalità racchiuse in un unico essere;

2) esse non sono al potere nello stesso momento;

3) una di esse può imparare ad osservarsi

Ecco questa personalità, che è l’Io di lavoro, può accorgersi quando non è più lei a decidere. Sa che sebbene ora sia presente, quando cambieranno le condizioni, e ciò accadrà certamente,  essa non avrà più la forza di decidere nulla, molto probabilmente si addormenterà o soccomberà, mentre un’altra, che nel momento in cui parla la prima, non è al potere,  prenderà il suo posto e deciderà la direzione. Lo sanno bene tutti coloro che intraprendono una via di liberazione da un’abitudine negativa o da qualche sostanza.

A ciò bisogna aggiungere:

a)l’esistenza di una molteplicità di Io;

b) l’inevitabilità, per un individuo normale, di cadere nel sonno

c) la possibilità di osservare, gestire ed evitare tale caduta.

Nel mio immaginario infantile, la volontà mi è sempre apparsa come una qualità eroica, una forza interiore alla quale avrei potuto attingere solo se fossi riuscita a vincere la resistenza, anch’essa interiore, che mi spingeva verso la pigrizia e la distrazione. Stavo comprendendo una fondamentale verità: in me due forze coesistevano continuamente (molto simili all’angelo e al diavolo dei racconti infantili che leggevo): quella che puntava a fare il minimo sforzo e quella che voleva raggiungere un obiettivo: la «pigrizia» e la «determinazione», una cercava di camminare solo in discesa, l’altra era disposta anche a sobbarcarsi una lunga salita, se serviva ad arrivare a destinazione. Ancora non sapevo che di forze ce n’erano ben più di due, ma osservavo che c’erano anche azioni che non necessitavano di forza di volontà per essere compiute, infatti se desideravo dormire, bastava che chiudessi gli occhi e mi abbandonassi al sonno, e se desideravo piangere, potevo farlo liberamente ma, per esempio, se avessi voluto mangiare, avrei dovuto alzarmi e prendere del cibo, se avessi voluto bere, idem, a meno di non contare sulla disponibilità di qualcun altro che facesse lo sforzo per me. Insomma, prima o poi, a meno di non voler vivere in uno stato vegetativo, o con qualcuno che badasse a me come ad una neonata, avrei dovuto sottomettermi all’eterna legge del nostro mondo fisico: nessun percorso è fatto solo di discese.

Questo era quello che avevo capito quando avevo circa 10 anni, mentre scrivevo diari intimi pieni di disperazione per la noia quotidiana e speravo di poter partire per altri pianeti più attraenti e stimolanti.

Credo di aver apprezzato lo studio soprattutto perché era il solo modo che avevo, oltre alla lettura, che mi facesse uscire dalla frustrazione che provavo stando a casa, ma molto del mio successo scolastico credo lo si debba alla mia potente disciplina: ero una bambina tremendamente ansiosa e svolgere puntualmente i compiti quotidiani richiesti mi faceva sentire di avere un certo controllo, sia rispetto al caso, che poteva tirarmi colpi bassi, che rispetto alla mia tendenza a distrarmi e a fantasticare. Essendo ansiosa non sono mai stata pigra, non riuscivo a permettermelo, così, avevo ben presente cosa significasse «fare ciò che non si desidera» e «rinunciare a fare ciò che volevo» (oppure a rimandarlo). L’essermi esercitata per anni, seppur per motivi nevrotici, a «non evitare gli sforzi» mi portò inconsapevolmente, a sviluppare un «Io di lavoro», necessario a farmi seguire una direzione anche quando sarebbe stato facile cedere alla pigrizia o distrarsi. Di questo concetto parlerò in altri articoli, qui basti dire che sono certa che fu grazie a questa parte di me se, nonostante la fatica che facevo a gestire l’ansia da prestazione che la scuola mi incuteva, e il desiderio di isolarmi in un rassicurante e vibrante mondo di sogno, ho potuto continuare gli studi, mantenere una certa sanità di mente e raggiungere gli obiettivi principali della mia vita.  Se ho deciso di scrivere un libro su questo argomento è anche per sigillare l’avvenuta alleanza tra questa mia parte un po’ marziale – capace di pungolarmi anche nel sonno – e quella che, ancora oggi, farebbe di tutto pur di evitare gli sforzi e le situazioni che la costringono ad uscire dalla sua zona confort.

Prima di chiudere questa introduzione vorrei tuttavia avvisare che l’«Io di lavoro» non è un tiranno ma una forza amorevole. Nel mio caso si è messo al servizio della sognatrice, pigra e fatalista che rischiava di smarrirsi in fantasie filosofiche, rincorrendo immagini di sé falsate, megalomania, presunzione e tutte quelle fantasticherie dalle quali avrebbe poi dovuto svegliarsi piangendo, permettendomi di avere una vita ricca di senso, un lavoro stimolante e a me consono. È questa parte che mi ha tenuta stretta all’albero della nave, impedendomi di essere trascinata via dalle mie sirene, per questo motivo ho deciso di condividere questa filosofia e questa pratica.

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